44 Gatti
OMAGGIO A MODENA PER L'AUTORE DI '44 GATTI'
MODENA - Uno spettacolo al teatro Storchi di Modena per rendere omaggio, quarant'anni dopo, a '44 gatti', la canzone più famosa nella storia dello Zecchino d'Oro.
Si terrà martedì sera e vedrà protagonisti due gruppi di bambini del circolo undicesimo, un coro, un corpo di ballo hip-hop e gruppi di studenti del liceo psicopedagogico a indirizzo musicale Sigonio, con la regia di Paola Poggi e Laura Polato. E' di Modena, infatti, l'autore di quel pezzo, il maestro Pippo Casarini, oggi ottantaquattrenne. Durante lo spettacolo teatrale-musicale bambini e ragazzi eseguiranno anche numerose canzoni inedite dell'autore di '44 gatti', tra cui 'Biribago' e 'Il tango dell'orango'. Alla serata parteciperanno tra gli altri Sabrina Simoni, direttrice del Piccolo Coro 'Mariele Ventre' dell'Antoniano, e Franco Fasano e Maria Francesca Polli, autori di molte canzoni proposte negli ultimi anni allo Zecchino d'Oro. (ANSA, 18/05/2008)
Vitti 'na crozza
Tra le canzoni siciliane Vitti ‘na crozza può essere considerata l’inno nazionale della Sicilia, quella che meglio simboleggia la sicilianità e le sue tradizioni musicali, anche se i dubbi su tale rappresentatività e sul primato sono molti e legittimi.
Esiste un vasto assortimento di versioni della ormai famosissima “Vitti ‘na crozza”, la canzone che più di ogni altra rappresenta la Sicilia. Ascoltandola mi tornano in mente la messa domenicale della mia infanzia e certe parole, certe frasi in latino che non capivo ma che ripetevo, malgrado mi risultassero strane e incomprensibili.
In effetti pronunciavamo quelle strane parole cosi come venivano distorte dal clero incolto, che conosceva la messa ma non il latino.
Pur piacendo molto per la sua straordinaria linea melodica e per il trascinante ritornello, seppure conosciuta e cantata in tutto il mondo, questa canzone non è chiara a tanti.
Sia perché non si spiega come sia possibile che un canto in cui si parla di una morte tanto angusta, possa avere un ritornello così allegro, sia perché la “crozza” è un genere che non si incontra ordinariamente accoccolato su di un cannone (“supra ‘nu cannuni”), in attesa di potere raccontare a qualcuno la triste storia della propria vita o, meglio, della propria dipartita.
In una versione di Rosanna Fratello, risaputamene non siciliana, né cultrice del genere etnologico, il testo verosimilmente dice: “Vitti” (che in messinese significa “vidi” ; non per niente Monica Vitti ha origini messinesi), “vitti ‘na crozza supra ‘nu cantuni/ e cu ‘sta crozza mi misi a parlari./ Idda m’arrispunniu, cu gran duluri/ iò morsi senza toccu di campani”.
Dove morsi non è il plurale di morso (dal verbo mordere), ma il passato remoto di morire, in gergo catanese. In gergo messinese, invece, il passato remoto di morire è murìa.
Nelle altre versioni, quelle più diffuse e cantate, cantone (“cantuni”) diventa “cannuni”, cioè cannone. (Vitti ‘na crozza supra ‘nu cantuni./ Vitti ‘na crozza supra ‘nu cannuni).
Il cantone, volendo, evoca pensieri non meno tristi, considerato l’argomento, ma il cannone richiama direttamente scenari di guerra…E quella morte senza tocco di campane (lamentata dalla “crozza”), avvalora la versione della persona caduta in guerra. Sull’evento bellico al quale la canzone fa riferimento le ipotesi sono tante e tante le versioni, ma il prodotto non cambia. Nelle strofe successive infatti la “crozza” chiede il rispetto e l’onore dovuto a tutti i defunti, anche se tardivo: “Cunzatimi cunzatimi lu lettu, ca di li vermi su manciatu tuttu…E lallallèro, lallèro, lallà.
Ecco quel ritornello tanto allegro e coinvolgente sarà pure degno di una catarsi, una fuga dalla triste e struggente realtà ma sarebbe stato degno di un canto alla vita, alla gioia, ai tanti “miracoli della natura” di cui la Sicilia è ricca.
“Li furisteri ca ‘n Sicilia sunnu / la vardanu cu granni meravigghia / dicinu ca non c’è ‘nta tuttu ‘u munnu / ‘n isula ca a la nostra s’assumigghia. (….) “Chi ciàuru, chi ciàuru di bàricu e di rosi / evviva la Sicilia e l’abitanti so’”./ E tonchi tirititonchiti / tonchi tonchi tonchiti / e tonchi tirititoncchiti / laralarallarà / laralarallarà”.
Gioia d’essere, orgoglio del possedere tale natura e allegria musicale non mancano in quest’altro inno alla nostra terra, con tanto di allegro ritornello, ideale per essere intonato in coro e al ritmo della tarantella.
Non intendiamo proporre un referendum perché il Governo regionale si pronunci o legiferi sul ritmo (lento ed eventualmente funebre) da dare a Vitti ‘na crozza. Magari riuscendo a spuntare, attraverso una modifica della Costituzione, la sola abolizione, per decreto, del ritornello (E lallallèro, lallèro, lallà). Niente paura, se si è salvato l’Inno di Mameli…..e il Va’ pensiero è già impegnato…….
Ma vediamo di dare un significato verosimile (più che etimologico) al termine “crozza”.
Nel significato più comune vuol dire “teschio” e sul vocabolario italiano non trova altra corrispondenza se non con “cròtta” che, però, è un antico strumento musicale a corde.
Il termine che più s’avvicina a “crozza” è - invece - “cozza”, che ha molte più cose in comune con le vongole che non coi teschi.
In effetti è il verbo “cozzare” che ha molte più cose in comune con la testa (e quindi col teschio). Infatti, “cozzare” può significare sbattere con la testa, colpire con la testa. Di “coccio” come si dice a Roma.
Con questo mi congedo, avendo lanciato una provocazione. Per favore, non ditemi che al presente in Sicilia abbiamo ben altri problemi. La disoccupazione, i licenziamenti, i rifiuti solidi urbani, la sanità, le pensioni, la mafia. Lo so.
Mimmo Mollica
Giorgio Gaber
GIORGIO GABER E LA LEGGE COSMICA
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La felicità
La felicità è in una formula o in un viaggio?
Ideata da una psicologa britannica la formula della felicità. Alla base un sondaggio commissionato da una società di viaggi, su di un campione di mille persone. Ecco come funziona la formula della dottoressa Rotwell.
La psicologa britannica Carol Rothwell ha messo a punto la semplice formula algebrica che sarebbe responsabile della nostra felicità: F= P + (5 x E) + (3 x H). Dove “P” sta per caratteristiche personali (elasticità, visone della vita, adattabilità, etc.); “E” per “necessità esistenziali”, bisogni connessi alla salute, alla sfera sociale, al denaro); “H” per bisogni di ordine superiore (sense of humor, autostima, grado di ambizione).
Per definire le tre incognite dell’equazione è necessario rispondere a quattro gruppi di domande. Il quoziente massimo di felicità è uguale a 100. La dottoressa Rothwell ha ideato la formula per un sondaggio commissionatole dalla Thomson, una società di viaggi, su di un campione di mille persone. Ma come funziona la formula?
Per definire il valore di ognuna delle incognite è necessario esprimere un giudizio con un voto da uno a dieci a quattro gruppi di domande: 1) Quanto ti consideri socievole, energico e aperto al cambiamenti? 2)Fino a che punto ritieni di avere una visione positiva della vita, di riprenderti velocemente dalle situazioni difficili e di sentire che a governare la tua vita sei tu e non il destino? 3) Fino a che punto ritieni che i tuoi bisogni primari di vita siano appagati in relazione a salute, situazione finanziaria, sicurezza personale, libertà di scelta, senso di appartenenza alla comunità e accesso a istruzione e conoscenza? 4) Fino a che punto puoi ricorrere delle persone a te vicine, immergerti in quello che stai facendo, realizzare le tue aspettative, impegnarti in attività che ti danno uno scopo e ti fanno sentire chi sei veramente?
Il sondaggio ha fatto rilevare una marcata differenza tra i risultati ottenuti tra i maschi e rispetto alle femmine. Se per le donne, infatti, la famiglia è la fonte principale di felicità, per gli uomini il massimo della gioia è in una bella vacanza. Seguono una vita sessuale gagliarda e soddisfacente, i successi sportivi, l’innamoramento.
Per le donne, dopo la famiglia vengono una bella vacanza (manco a dirlo!), il sole e la perdita di peso. Il peso forma, infatti, rende felici il 25% delle donne.
Dio s'è fermato...
DIO S’E’ FERMATO A SANREMO?
Troppo presto si è consegnata agli archivi l’ultima edizione del Festival di Sanremo. Un po’ per le incombenti elezioni, un po’ perché così conveniva? Il risultato: 1) Giò’ di Tonno & Lola Ponce con “Colpo di fulmine” 2) Anna Tatangelo con “Il mio amico” 3) Fabrizio Moro con “Eppure mi hai cambiato la vita”.
Per la verità mi riferivo al risultato ‘politico’ del Festival… Cinque lunghi giorni di televisione nazionale… Non so se per sua volontà e scienza (premetto che stimo Baudo e lo considero professionalmente e personalmente ‘in’) ha cominciato le serate quasi defilandosi, dietro un Chiambretti tanto brillante quanto (artisticamente) insolente, a meno di lasciarsi celebrare come un grande che fu, come una Andrea Doria in disarmo: Pippo Baudo, in disarmo?!
Poi si è dato la saliva sulle mani, se l’è sfregate, come fanno i marinai e ha fatto il Pippo Baudo. Le vallette hanno fatto le vallette. Il pubblico ha fatto il pubblico e il festival ha fatto il Festival. Perché Sanremo è Sanremo?
Amore, baci, sesso e un po’ di Dio
Amore, vita, respiri, sud, un treno di terza classe e un po’ di Dio. Questi sono stati gli argomenti più trattati nelle canzoni, compreso quel ‘treno di terza classe’ della canzone di Eugenio Bennato e un ritrovato “orgoglio dei braccianti, figli della Magna Grecia, in quel sogno di emigranti, grande come il mare, che si porta i bastimenti, per le Americhe lontane”. Il massimo rispetto per Eugenio Bennato, per la sua bravura, per il suo curriculum, per quel rigore e quella coerenza che nocciono solo a lui stesso… Ripeto, rigore e impegno sociale sono encomiabili... Se poi ci metti la bravura di Eugenio Bennato… Ma se assieme a tutto ciò ci mettesse (Bennato) un po’ di allegria e spensieratezza. In fondo la ‘Lambada’, per quanto controversa sia la sua storia sembra sia legata al ritmo del Carimbó, un grande tamburo africano con una particolare sonorità, in Brasile conosciuto dal XVI secolo, la cui tradizione è rimasta incorrotta fino al ventesimo secolo… Ciò che è certo è che la Lambada sarebbe scomparsa, com’è accaduto con molti altri balli, se il gruppo francese dei Kaoma non ne avesse fatto un successo mondiale… Insomma, rigore storico-politico con annesso ballo di coppia e 5 milioni di dischi venduti.
Un po’ di Dio nella canzone vincitrice: “Perdutamente noi, chissà da quanti inverni, che Dio ci fulmini, la morte in cuore avrò”. Un po’ di Dio pure nel brano ‘pro-pacs’ di Anna Tatangelo: “Tu non piangere su quello che non sei, Lui non sa che pure tu sei, uguale a noi e che siamo figli dello stesso Dio. Dimmi che male c’è, se ami un uomo come te…”. Niente Dio nel brano di Fabrizio Moro (terzo classificato), che d’altra parte non ha manifestato problemi spirituali ma solo la necessità di riabituarsi a mangiare, “a guardare un film, a dormire insieme, / a non aver paura dei miei cattivi odori, a sussurrare piano…”. Problemi di traspirazione… insomma.
Ha provveduto Gianluca Grignani a ristabilire i rapporti col Padreterno: “E cammina nel sole/ walking away with me / e brucia le suole / finché Dio vuole”. Un po’ di Dio (in qualche modo) pure nella canzone di L’Aura, fiduciosa che “Dai peccati Madre Guerra assolverà / chi la venererà! / C’è qualcuno là che / fermare potrà la violenza? / Quante sono le persone / che in nome del Signore / finiranno nella cenere?”
Niente Dio nei brani di Sergio Cammariere e di Paolo Meneguzzi ma ‘semplicemente’ “Un piccolo universo / in cui io non mi sento perso / grande grande grande grande / più grande ancora dell’immenso”. “Solito sesso” per Max Gazzè. E niente Dio neppure per Tricarico. Ma, del resto, non è obbligatorio.
Hai un momento Dio?
Per la verità mi chiedevo se questa recrudescenza che c’è nell’aria riportava in voga il tema di Dio nelle canzoni, magari un Dio eco-compatibile, come quello di Adriano Celentano. Negli anni del ’68 (e seguenti) quello del presunto "Dio laico" di Francesco Guccini è stato l’argomento di cui si è parlato più a lungo. Sempre i Nomadi nella canzone "Io vagabondo", cantavano "...soldi in tasca non ne ho, ma lassù mi è rimasto Dio...".
Ligabue, con “un po' di traffico nell'anima”, nella sua magnifica "Hai un momento, Dio?", “che sia un angelo od un diavolo”, ha un paio di domande da farGli, anzi tre: “chi prende l'Inter, dove mi porti e poi dì, soprattutto perché? / Perché ci dovrà essere un motivo, no?”.
“Perché forse la vita la capisce chi è più pratico”. E manifestando un sincero bisogno di (dialogo con) Dio e dialogando con Lui con parole semplici ma efficaci, cerca il colloquio: “Hai un momento Dio? / No, perché sono qua… Insomma ci sarei anch'io... / O te o chi per te, avete un attimo per me?”.
Sia beninteso: “Li pago tutti io, i miei debiti / se rompo pago per tre… / Quanto mi costa una risposta da te, / quant'e'? / Ma tu sei li' per non rispondere / e indossi un gran bel gilet / e non bevi niente o io non ti sento… / Com'e'? Perché? / perché ho qualche cosa in cui credere / perchè non riesco mica a ricordare bene cos'è' / Hai un momento Dio? No, perché sono qua… / Se vieni sotto offro io. Hai un momento Dio? / Lo so che fila c'e', ma tu hai un attimo per me?”.
Biagio Antonacci, in un suo brano dice "Non so a chi credere" e manifesta il desiderio di una ricerca profonda e un po’ disperata, quando si accorge che l’essere umano non è per niente perfetto e in "Un giorno, un sogno" non rinuncia ad una schietta chiacchierata con Dio: un Dio che fuma, beve e si sfoga. Non proprio come ci hanno insegnato al catechismo: un Dio troppo distante, che se ne sta ben "al di sopra delle nuvole", troppo fuori dalla nostra portata e da quella dei giovani.
Luca Carboni, in uno dei suoi brani più famosi, "Silvia lo sai", ricorda il Dio dell'adolescenza: un "Dio cattivo e noioso, preso andando a dottrina / come un arbitro severo fischiava tutti i perché (…) / Silvia lo sai che Luca si buca ancora (…).
Jovanotti in “Io penso positivo”: "...io credo che a questo mondo esista solo una grande chiesa, che passa da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa, passando da Malcom X, attraverso Gandhi e S. Patrignano, arriva ad un prete di periferia che va avanti nonostante il Vaticano" ed entra in polemica con Massimo Cacciari. L’importante è partecipare…
Dio non è morto!
Dunque Dio non è morto! Neppure nelle canzoni. Il riferimento, ovvio, è al capolavoro di Francesco Guccini (“Dio è morto”) e al senso profondo di quel brano. Ma qua il discorso si fa complicato e lungo. E’ certo che il Dio laico di Guccini non è mai esistito: “Perché noi tutti ormai sappiamo / che se Dio muore è per tre giorni e poi risorge. / In ciò che noi crediamo Dio è risorto / in ciò che noi vogliamo Dio è risorto / nel mondo che faremo Dio è risorto”. L’importante è partecipare…
Magari ne riparleremo, a Dio piacendo.
Mimmo Mollica



